UN PENSIERO PER NATALE 

Ci siamo quasi!  Anche quest’ anno abbiamo provveduto a realizzare manufatti e cadeaux per poter regalare un natale sereno anche ai bambini meno fortunati che l’Associazione sostiene a Makumbi. Sarà semplice: basterà  tramite un  contributo portarsi  a casa ciò che piace….ma avremo anche il miele, il riso e i famigerati panettoni Fiasconaro. soprattutto doneremo anche a voi un caldo abbraccio, un dolcetto e tanti sorrisi.Dove? presso la sede operativa in Via P.pe di Napoli 1, Casa Santa Erice. Vi Aspettiamo!

invito regali natale

Makumbi-Aggiornamento anno 2019

Considerato che nel 2017  tutto sembrava distrutto a causa dei guerriglieri, oggi Makumbi è in rinascita, per la seconda volta! da allora l’Associazione, attraverso i fondi raccolti ed impiegati in varie attività, ha svolto un opera di risollevamento del popolo dal dolore e dalla paura. I makumbani sono rientrati nel villaggio, dopo diversi mesi trascorsi nella vasta foresta, ospitati nelle strutture esistenti e resitenti..(è proprio il caso di dire) che l ‘A.TU.BA. ha costruito, cercando di svolgere anche un’azione di rifocillamento e ristoro per orfani ed anziani. l’attività scolastica pian piano è ripresa, ripartendo con le classi di scuola primaria fino all’ universitaria, cosicché, quest’anno, sono stati ben 36 i laureati in tre facoltà diverse dell’università di Makumbi!

Nel frattempo anche il settore sanitario ha ricominciato a funzionare: infatti, lo stato congolese, riconoscendo il lavoro svolto dall’A.TU.BA. onlus e il sostegno continuo al popolo,  ha nominato un nuovo medico per l’ospedale di Makumbi, riconoscendolo anche come secondo ospedale della provincia del Kasai. Grande soddisfazione!

Le strutture sono state ridipinte e sono stati rifatti letti, porte e finestre che erano stati rovinati dai precedenti episodi di guerra. Quest’estate sono arrivati a Makumbi anche diverse attrezzature (ecografo, elettrocardiografo, letto da parto, ed altro) ed i nuovi letti e materassi per consultorio, ospedale e maternità, pochini c’è da dire, ma contiamo ancora sul vostro aiuto per incrementare e migliorare la situazione sanitaria, sempre ahinoi precaria.

Anche per la chiesa è stato  fatto un grande passo avanti: è stata rifinita negli intonaci e pavimentazioni, finestre e porte, ed è stato nominato un sacerdote dalla diocesi, Padre Crispino, che sarà presto affiancato anche da alcune suore, necessarie affinché possano gestire un orfanotrofio.

UNA CHIESA PER MAKUMBI

Ci stiamo ancora lavorando! Non c’è popolo  che nella storia non abbia avuto un luogo dove riunirsi per  poter pregare come comunità. Anche nella comunità di Makumbi sta nascendo la Chiesa “Notre Dame de la Misericorde” voluta fortemente dal fondatore dell’associazione, specialmente dopo i luttuosi eventi di guerra degli ultimi tre anni, che hanno devastato intere famiglie e villaggi.  Poter battezzare, cresimare e sposare, amministrare tutti i sacramenti in una struttura non è poi cosi strano da immaginare per un popolo cristiano che ha bisogno di tanti beni materiali, certo, ma altrettanto bisogno di alleggerire lo spirito nelle situazioni più difficili che la vita .. e una vita in povertà specialmente..ti pone davanti. Poter benedire una salma o battezzare i bimbi, unire in matrimonio o semplicemente celebrare la messa domenicale non deve essere per forza fatto sotto la pioggia stagionale o sotto il caldo sole africano: una chiesa è il posto giusto! Si, di giustizia parliamo. Finalmente c’è una bella chiesa con sacrestia annessa, il portone in alluminio, proveniente da Trapani(Sicilia),le due porte laterali intitolate ai benefattori, una stanza per ospitare i sacerdoti che verranno ed un interno ancora da terminare, dipingere e arredare.Tanto ancora da fare? Bene dateci una mano, Iddio vi ricompenserà certamente.Noi, da sempre, vi diciamo: Grazie!

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anno 2017.. IL DOLORE DEL KASAY…”AIUTATECI!!”

2000-2017!!

17 anni! La speranza di un futuro migliore… può durare cosi poco?

Mai e poi mai si sarebbe  immaginato una tragedia di tal misura.

Già negli ultimi due anni il sentore di una guerra che non sarebbe stata breve era nell’aria in Congo. Il presidente Kabila non accetta nessun tipo di compromesso nè, nonostante per ben due mandati non sia stato voluto dal popolo, ritiene opportuno lasciare la presidenza.

Dal mese di aprile di questo anno tutto il Kasay è stato attaccato da “finti “ribelli,  guerriglieri anti governativi, che non si fermano a distruggere tutto ciò che trovano davanti al loro passaggio, ma purtroppo stanno uccidendo senza tregua, violentando donne e suore e bruciando e rubando tutto ciò che trovano nei tantissimi villaggi poveri della grande zona, proprio come a Makumbi.

Ovviamente le emittenti italiane nazionali non nè danno informazione, ma nella rete si trovano notizie più approfondite. Si troveranno dei link alla fine dell’ articolo.

Le notizie  in Italia arrivano in ritardo e, bensì, abbiamo dei contatti con le zone colpite, riusciamo a malapena a sapere la vera situazione attuale. Il nostro fondatore Padre Clemente Kayembe Lubombo, non sapeva come dirci la verità. Raccontarci il dolore, la tragedia di centinaia di  migliaia di persone che, anche a Makumbi, villaggio dove maggiormente in questi anni l A,Tu.BA. ha diretto i propri aiuti, hanno dovuto alle tre di notte, di una buia notte, hanno dovuto abbandonare il villaggio perché dei guerriglieri erano sbarcati  sparando colpi d’arma da fuoco e agitando il macete. Il terrore è sceso in questa terra, che l’A.TU.Ba ed i propri sostenitori hanno imparato ad amare! Senza poter prendere nulla, senza nessun mezzo di sostentamento, cibo, acqua, vestiti, medicine attrezzi per caccia o pesca, o per cucinare, senza nulla, forse con i soli e poveri vestiti addosso, sono fuggiti rifugiandosi nella foresta. di notte. Al buio. Lasciando dietro di se i malati e gli anziani che non sarebbero potuti fuggire perché immobilizzati, stanno cercando di sopravvivere, affrontando il freddo, la continua pioggia della stagione delle piogge, le malattie, la fame e la sete. Provando ad immaginare la guerra, credo che non si possa capire, se non dopo aver provato sulla propria pelle.

Dopo diversi giorni siamo riusciti ad inviare due ragazzi in moto da Tshikapa, per sapere notizie del villaggio e dei nostri amici di Makumbi: tutte le capanne bruciate, anche l’unico trattore e la moto, la barca rubata,  le strutture sanitarie e scolastiche saccheggiate, colpi d’arma da fuoco hanno bucato i tetti delle strutture.Si vedono delle strane croci a terra, per i morti a cui sono riusciti a dare una degna sepoltura.Tanti bambini e tante persone deboli continuano a morire per le tante malattie, anche quelle dovute al freddo e alla pioggia, oltre che alla malnutrizione. Il dolore di Makumbi, visibile nei loro  sguardi disperati, nei loro volti smagriti e impauriti, è anche il nostro!

17 anni, di gioia, speranza e duri sacrifici:  buttati al vento. Ma dopo un primo momento di sbandamento, noi soci dell’A.TU.BA., abbiamo capito che è proprio adesso l’ora di essere presenti per queste popolazioni. La nostra speranza è quella di far rientrare i Makumbani presso le strutture, seppur malconce, per dare loro un tetto. E così, abbiamo iniziato da pochi giorni, seguiti ed orientati dal Fondatore, ad inviare soldi presso l’A.TU.BA Congo, come abbiamo sempre fatto, per fare acquistare e  fare arrivare medicine di prima assistenza, cibo ed un pò di vestiario. E’ solo l’inizio. Passo dopo  passo vedremo. Nel frattempo non esistiamo a chiedere di sostenerci economicamente! Anche aderendo all’iniziativa di venerdi 7 luglio.

Come sempre, gli aiuti arriveranno e serviranno ancor più, per sfamare i poveri.

 

 

 

 

Congo, le vere ragioni della guerra dei finti “ribelli”

Ritorvati morti i due funzionari ONU

Congo-Kinshasa: conflitto in Forze Centrali del Congo 150.000 bambini fuori scuola – UN

Congo-Kinshasa: Rapporto esclusivo – Villaggi del massacro di DRC attendono l’inchiesta ONU

La violenza Kasai solleva le domande sulle elezioni DR Congo – UE


Premio “San Francisco Award”

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San Francisco award” per la prima volta in Sicilia. Dodici i premiati che si sono distinti per tutela diritti umani, pace, giustizia e nella vita sociale.

Si è svolto Domenica 2 ottobre alle ore 17, nel trecentesco castello di San Giorgio a Castel di Tusa,  lo speciale Sicilia del prestigioso “San Francisco award”, dedicato quest’anno alla memoria di Giovanni Falcone e di tutte le vittime di mafia.

Il premio ideato e voluto dal presidente di CulturAmbiente, professore Umberto Puato, fu consegnato per la prima volta nel 1996 a Sua Santità Giovanni Paolo II, che volle riceverlo proprio il 23 maggio, in ricordo della strage di Capaci. In occasione dell’anno giubilare, nel contesto dello speciale Sicilia di giorno 2 ottobre l’ambito riconoscimento sarà consegnato anche al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Sua Santità Papa Francesco e a Papa Benedetto XVI.

La commissione del premio, è stata presieduta dall’ ambasciatore di Pace, Umberto Puato, presidente di CulturAmbiente, è composta da: la regista Maria Rita Giancola, vicepresidente, Padre Sergio Martina, della comunità dei frati cappuccini della Basilica di San Lorenzo fuori Le Mura a Roma, Gordana Pejcic, medico, delegata CulturAmbiente per i diritti sanitari internazionali e Letizia Passarello, giornalista, delegata CulturAmbiente per la Sicilia, ha selezionato 12 personalità che si sono distinte con il loro operato “a tutela dei diritti umani, della pace, della giustizia e nella vita sociale,” nel più autentico spirito del Santo di Assisi.

I premiati dell’edizione Sicilia sono stati: Carlo Petrini, presidente nazionale di Slow food e padre Clement Kayembe Lubombo,missionario congolese, per il loro lavoro compiuto a favore delle popolazioni africane, Maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, La Fondazione Elisabeth De Rothschild, per i diritti umani, l’editore Pietro Graus, la scrittrice Marina Romeo e il presidente Federart, Francesco Paolo Santoro, per la cultura indirizzata al sociale, il Presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, per la sua opera a difesa della legalità, il vice delegato dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, Antonio Di Janni, per una vita dedicata al servizio dei più bisognosi in Italia e all’estero,il presidente dell’Europetroli, Vincenzo Minardo, la docente Lucia Pinsone e il mecenate Antonio Presti.

Ha consegnato i premi il decano dei giornalisti parlamentari Giovanni Ciancimino, alla presenza del Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, del sindaco di Tusa, Angelo Tudisca e del padrone di casa, barone Benedetto Salamone Perna.

La serata, organizzata dal Club “La Torre dell’Arte e del Gusto”, presieduto dal giovane imprenditore Placido Salamone affiancato dal regista- fotografo Alessandro Savarese, ha avuto  anche momenti di beneficenza, con la raccolta fondi per le vittime del terremoto di Amatrice.

E’ stato realizzato, a seguire, uno spettacolo sulle donne vittime di mafia, tratto dal lavoro teatrale di Marina Romeo, “Di mafia si muore sempre tre volte”, interpretato dalle attrici Oriana Civile e Beatrice Damiano.

Vedi articoli su:

http://www.isolaeisole.com/2016/09/28/san-francisco-award-al-castello-san-giorgio-castel-tusa/

https://informatore24orenews.wordpress.com/2016/09/27/il-premio-internazion%C2%ADale-per-la-pace-san-%C2%ADfranciscoper-la-prim%C2%ADa-volta-in-sicilia/

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10207049660656392&set=a.1200787456290.2028659.1126671282&type=3&theater

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La Repubblica democratica del Congo sta esplodendo

Sta implodendo la Repubblica democratica del Congo. Da Kinshasa a Goma le città dell’ex Zaire si stanno infiammando e ieri la violenza si è appropriata delle strade della capitale dove una manifestazione anti governativa è terminata con 17 morti, diversi feriti e le sedi dei partiti d’opposizione date alle fiamme.

Quando sta avvenendo nel paese dei Grandi Laghi è la cronaca di una tragedia annunciata. Il presidente Kabila, che è al termine del suo secondo mandato presidenziale, sta posticipando la data delle elezioni e, alla sua volontà di sabotare il democratico processo elettorale, si sta opponendo la società civile che rivendica libere elezioni e le dimissioni di Kabila.

L’attuale presidente infatti è arrivato al termine del suo secondo mandato e la Costituzione vieta una terza ricandidatura. Un regolare svolgimento del processo elettorale prevederebbe quindi un’uscita di scena dell’attuale capo del governo e una votazione plebiscitaria, ma così non è.

All’inizio le elezioni dovevano essere a fine novembre, poi la Commissione elettorale le ha posticipate a fine 2018 e Laurent Kabila ha dichiarato che non sarebbero limpide se prima non si effettua un’ampia riforma costituzionale e quindi, appigliandosi a questa carta, sta giocando la sua mano di poker per bluffare il Paese e rimanere ancorato al potere.

La società civile ovviamente ha risposto in modo corale e infiammato scendendo in piazza e dichiarando che non si fermerà davanti alla repressione ma che proseguirà a inondare le strade della Repubblica congolese fino a quando non saranno indette libere elezioni.

Ma quanto può fare nel contesto dei grandi laghi il volere popolare? Questa è una domanda che sino ad oggi si è infranta contro muri di fatalismo e rassegnazione. Ciò che sta avvenendo a Kinshasa già è avvenuto infatti a Kampala, a Bujumbura e uguale scenario si presenterà anche a Kigali. Tutta l’area dei Grandi Laghi è in mano a presidenti autoritariche stanno violando le costituzioni e con ogni mezzo possibile cercano di mantenere saldo il proprio potere. Una situazione regionale che vede leader di governo che, sebbene siano storici avversari per posizioni politiche e vissuto personale, in ogni caso stanno facendo forza comune per mantenere integri i propri fortilizi. E a supportare questi reami dell’Africa sub sahariana ci sono anche gli altri stati del continente dove singole famiglie detengono le redini del potere da decenni. Le repressioni ci sono state in Burundi, in Uganada e ora in Congo, ma la determinazione messa in campo dall’opposizione e dalla gioventù congolese sembra essere superiore a lacrimogeni, pallottole e arresti e per il 25 settembre è stata annunciata infatti un’altra manifestazione e di nuovo un fiume di manifestanti incendierà le vie di Kinshasa. Che possa essere questo l’inizio di una primavera africana?

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/repubblica-democratica-congo-sta-esplodendo-1309076.html

Congo: Senato elimina articolo contestato

Dopo quattro giorni di proteste e scontri nella Repubblica Democratica del Congo in cui sono morte 42 persone, il senato ha approvato la legge sulla riforma elettorale senza l’articolo contestato dall’opposizione.
L’articolo 8, che prevedeva l’organizzazione di un censimento prima delle elezioni del 2016, avrebbe prolungato il mandato del presidente Joseph Kabila, che è stato accusato di non voler rispettare il processo democratico per restare al potere.
Le proteste sono cominciate lunedì 20 gennaio nella capitale Kinshasa, con l’avvio della discussione in senato sulla legge elettorale, e si sono diffuse anche a Goma, nell’est del paese. Jeune Afrique.

fonte: http://www.internazionale.it/notizie/2015/01/23/dopo-le-proteste-in-repubblica-democratica-del-congo-il-senato-elimina-l-articolo-contestato

Congo. Monsengwo: basta uccidere i civili.

congoAltissima tensione nella Repubblica Democratica del Congo dopo le manifestazioni anti-governative represse nel sangue dalla polizia, in questi giorni a Kinshasa, con un bilancio di oltre 40 morti. La popolazione è scesa per le strade della capitale per protestare contro i tentativi di riformare la legge elettorale in modo che il presidente Kabìla, al potere dal 2001, possa essere rieletto per un nuovo mandato. Dimostrazioni e scontri si sono verificati anche a Goma e Bekavu nell’Est del Paese. Drammatico l’appello lanciato alle autorità dal cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa. Jean-Baptiste Cocagne lo ha intervistato:

Basta uccidere la popolazione!
R. –Mon message porte trois éléments principaux…
Il mio messaggio ha tre elementi principali. Prima di tutto ho chiesto di smettere di assediare la città di Kinshasa perché nessuno può uscire, andare a scuola o lavorare. La polizia ha sparato sulla popolazione con proiettili veri. Ho detto: basta uccidere la popolazione, basta uccidere il vostro popolo, non camminate sulle ceneri dei vostri cittadini. In secondo luogo, ho ricordato che la popolazione si è ribellata perché si vuole cambiare la legge e il processo elettorale in modo che il presidente continui fino al 2017 ed eventualmente oltre. Abbiamo detto: basta! Terzo, che si ridia la libertà ai media perché la gente non sia costretta a seguire solo i media ufficiali che sono a favore della maggioranza al potere.

Kinshasa sotto assedio
D. – Perché aver scelto di lanciare questo messaggio proprio adesso?

R. – J’ai passé ce message du fait que Kinshasa …
Ho fatto questo messaggio ora perché Kinshasa sembrava una città sotto assedio e non riusciamo a capire perché. La popolazione era in rivolta mentre alcuni politici, con le forze dell’ordine, creavano la desolazione e l’insicurezza generale. E’ per questo che ho lanciato questo messaggio per chiedere loro di smettere di uccidere la popolazione e di fermare queste azioni che hanno già causato molti morti tra la popolazione.

Oscurate radio e Tv: non è democrazia
D. – Qual è oggi la situazione a Kinshasa?

R. – Actuellement c’est un peu calme mais tout le monde est assez nerveux …
Adesso è un po’ calma ma tutti sono abbastanza agitati, perché stanno ancora esaminando alcune modifiche della legge che riguarda il processo elettorale. Adesso hanno tagliato il segnale ai telefoni, hanno oscurato i media privati, le televisioni e le radio private e quindi siamo costretti a seguire unicamente la televisione di Stato che commenta gli avvenimenti a modo suo. Abbiamo chiesto al ministro responsabile dei media di ridare la libertà ai media audiovisivi di cui aveva abusivamente interrotto le trasmissioni. La radio cattolica funziona ancora ma la televisione cattolica, no. Abbiamo detto che questa non è democrazia. La democrazia presuppone un pluralismo di opinioni e di pensieri e le ripugna il pensiero unico. E’ per questo che riteniamo ingiusto che le reti nazionali non veicolino che il pensiero della maggioranza al potere. Chiediamo di ripristinare i segnali di queste televisioni che sono state oscurate. Inoltre, chiediamo che il popolo sia vigile, che utilizzi mezzi legali e pacifici per opporsi con tutte le sue forze alla modifica delle leggi essenziali del processo elettorale nel nostro Paese, ma evitando ogni forma di saccheggio dei beni privati e dei beni pubblici.

Kabila finisca il mandato nel 2016
D. – Qual è l’obiettivo di queste manifestazioni?

R. – Le peuple ne veut pas du tout que cette modification apportée à la loi …
Il popolo non vuole assolutamente che queste modifiche apportate alla legge elettorale possano assegnare surrettiziamente un altro mandato al capo di Stato; il popolo vuole che queste elezioni si svolgano nel 2016 e che il presidente Kabila non continui un giorno di più a essere capo di Stato: deve finire il suo mandato nel 2016 e non devono cercare sotterfugi per arrivare cambiare questo.

fonte:
http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/22/congo_monsengwo_basta_uccidere_civili!_kabila_via_nel_2016/1119415

Congo, l’ultimo in tutte le classifiche del mondo…

da repubblica.it

KINSHASA – Se l’Africa vive “in modalità pole pole“, (con calma e rassegnazione) l’Europa scivola subito sul cliché del “popolo frenato dalla sua storia”, oppure pensa alle “culture indigene prigioniere di un passato coloniale oppressivo”, non importa che sia belga, francese, britannico o portoghese. Insomma si tende a considerare che in quel continente l’esistenza delle persone sia inesorabilmente regolata da un “orologio interiore”, diverso dal “nostro”. Bene, forse in parte sarà anche vero, ma qui nella Repubblica Democratica del Congo, ultimo in tutte le classifiche possibili, dove inefficienza e corruzione si alimentano a vicenda e tutte e due sono i punti d’appoggio principali di un sistema di potere a democrazia dinastica, la “modalità pole pole” va osservata anche con sguardi differenti.

Le ragioni di un progetto. I primi a rendersene conto sono le donne e gli uomini di Coopi, come Cristian Zucchelli, ad esempio, che dal dicembre scorso è a capo di un progetto di sviluppo agricolo, succeduto a Giuseppe Busalacchi, oggi nella Repubblica Centrafricana, che aveva avviato il lavoro. Coopi, Ong italiana con sede a Milano, è qui dagli anni Settanta ed oggi è impegnata in un programma finanziato dall’Unione Europea e co-finanziato dalla Provincia di Trento, con una Ong congolese (Cadim) che fa da supporto locale. Si sta qui con un solo obiettivo: aumentare la produzione agricola e migliorare la filiera commerciale dei prodotti alimentari, per ridurne e stabilizzarne i prezzi sul mercato di Kinshasa, dopo averli coltivati nel clima umido e fertile sul Plateau de Bateké, l’altipiano ad un paio d’ore di macchina dalla capitale, da raggiungere lungo una delle poche strade percorribili, costruita – manco a dirlo – dai cinesi. 

Verso il Plateau de Bateké. Si corre da Kinshasa verso il Plateau lungo un nastro d’asfalto, con qualche buca, ma tutto sommato decente. Ai margini della strada decine di camion fermi e stracolmi di generi alimentari. Vecchi Fiat o Mercedes, che uno si chiede come facciano ancora a muoversi, decomposti come sono, pericolosamente inclinati da una parte. Sotto, vedi sdraiati come cadaveri, tanti poveri Cristi, madidi di sudore, distrutti dalla fatica, imbrattati di grasso, che cercano di far ripartire quei catorci anneriti dall’olio bruciato. lavorano ore con pazienza e il bello è che spesso ci riescono pure. Ma c’è chi rimane bloccato sul bordo della strada per due, tre, quattro giorni, in attesa di semi assi, pneumatici o pastiglie per freni. I bivacchi che si formano, specie nel buio denso della notte, formano scenari suggestivi, persino rassicuranti.

L’incubo delle riparazioni.
 Ecco, tra le tante beghe quotidiane che gli uomini e le donne di Coopi devono affrontare, qui nell’area attorno a Kinshasa, c’è quella delle infinite cose che bisogna riparare. Sfide che si vincono raramente, quando si rompono automobili, trattori, camion – appunto – che servono per lavorare e trasportare i prodotti alimentari dei contadini nei villaggi sperduti lungo gli “assi” 1 e 2, cioè i settori cui il progetto di Coopi è dedicato. Riparare qualsiasi cosa diventa un’impresa “fantozziana”, capace di bloccare il lavoro per giorni, se non per settimane. Non c’è solo la difficoltà di far arrivare i pezzi di ricambio, c’è soprattutto l’inaffidabilità diffusa (e incolpevole), c’è l’impreparazione di meccanici e rivenditori, che non solo non sono quasi mai puntuali, ma come possono (colpevolmente) ti fregano.

I ritardi e le spese “incasellabili”. Ogni cosa, insomma, anche la più semplice, si rivela complicatissima e mette in seria difficoltà l’équipe di Coopi, che comunque deve poi rendere conto alla Commissione Europea di come spende i finanziamenti destinati al progetto. Nello schema dei resoconti, infatti, non è prevista la voce dove spiegare come sia stato possibile rimanere fermi per “X giorni” a causa del turbo di una Toyota rotto e che, dopo averlo portato a riparare, è tornato indietro esattamente come prima. Ci sono complessità che non si fanno incasellare.

I predatori del sottosuolo.
 La strada numero 1, che raggiunge il Plateau de Bateké, punta verso la parte sud orientale del Paese, la regione più rigogliosa e ricca, ma anche dove più alta e pericolosa è la tensione. E’ l’epicentro dove fioriscono di continuo gruppi “ribelli”, anche se tutti sanno che invece altro non sono che formazioni di delinquenti, armate e finanziate dai paesi confinanti, Rwanda e Uganda in primo luogo, oltre che aziende e corporazioni economiche straniere dell’estrazione mineraria, che affondano le mani nelle immense ricchezze custodite in quella parte del territorio congolese. Presenze tollerate e protette da un apparato politico-statale opaco, inamovibile, come un po’ tutti gli establishment che governano a modo loro le nazioni africane con sterminate risorse da depredare.

Le convulsioni di una metropoli. L’obiettivo del progetto di Coopi, dunque, è aumentare la disponibilità del cibo sulle bancarelle dei mercati di Kinshasa con i prodotti coltivati sul Plateau. Mercati brulicanti come in ogni metropoli africana come questa, dove ormai hanno trovato rifugio 12 milioni di congolesi. Che però potrebbero essere anche di più, o forse un po’ di meno. Purtroppo non si sa. Conoscerne davvero il numero, infatti, sarebbe già un segnale di “normaità” in un agglomerato umano informe, preda di improvvise convulsioni, come è avvenuto nel dicembre scorso, quando gruppi di non meglio precisati “ribelli” assaltarono la sede della Tv. La sparatoria con la polizia che ne seguì provocò una quarantina di morti.

La sfacciata corruzione dei poliziotti. Una città, Kinshasa appunto, stordita da un traffico delirante, da tassi d’inquinamento micidiali, un luogo senza confini urbanistici, dove regna quel caos tipico dei paesi senza Stato di Diritto e dove il rispetto delle norme minime della convivenza urbana non vengono neanche per sbaglio prese in considerazione. Dove le uniche regole vengono imposte da forze dell’ordine, corrotte e impunite, capaci di chiedere tangenti sfacciatamente e per qualsiasi cosa. Un incubo per milioni di persone che, non a caso, cercano supporto e rifugio tra le braccia delle innumerevoli sette religiose, che nascono come funghi, inventate e gestite da altrettanti faccendieri manipolatori, che si arricchiscono in un mare di speranze e ignoranza.

Il cibo che non è per tutti. Mangiare tutti i giorni con regolarità non è da tutti, nella capitale. I prezzi sono altissimi. La stessa manioca, principale alimento coltivato in quantità, dal 2009 ad oggi è aumentata del 60%; stessa cosa per la farina prodotta dalla manioca, per il mais, per il grano. Il progetto di Coopi tenta proprio di cambiare questa situazione, che produce livelli di malnutrizione acuta del 12% e di quella cronica di circa il 25%, quasi un quarto della popolazione. Si importa di tutto e da ogni parte. E questo costa caro. I supermercati ci sono, ma a frequentarli sono i pochi benestanti e gli espatriati bianchi. Alla capitale arriva cibo dai bacini di produzione agricola di Bandundu, dell’Equateur e del Bas-Congo. Ma non basta per tutti. E comunque acquistare il minimo per nutrirsi decentemente nei mercati di Kinshasa, per molti, per troppi, non è più possibile.

L’incontro con l’ambasciatore dell’UE. Numeri negativi che, d’altra parte, riguardano l’intero Paese e fanno del ruolo sussidiario delle Ong un ruolo difficilissimo nel faticoso lavoro dell’aiuto allo sviluppo. Numeri al centro della conversazione avuta con  l’ambasciatore dell’Unione Europea nella RDC, Jean Michel Dumont. Il diplomatico francese, parlando dei progetti di Cooperazione in corso nella RDC, ha detto: “Tra i nostri settori di intervento c’è la governance di questo Paese. Prima di tutto c’è da mettere mano alle entrate di bilancio, che ora sono di appena 4 miliardi di dollari: una cifra irrisoria rispetto i quasi 68 milioni di abitanti”. Una popolazione, aggiungiamo noi, con una speranza di vita di 46 anni per gli uomini e di 49 per le donne e una mortalità infantile del 111 per mille. “C’è poi da riformare la polizia, la giustizia e l’esercito – ha detto ancora l’ambasciatore – per poter garantire una giustizia imparziale e accessibile a tutti i congolesi, un esercito in grado di difendere le frontiere della Repubblica e una polizia rispettosa dei diritti dei cittadini”.

Il peso della corruzione.
 E la corruzione? Lo chiediamo a lei signor ambasciatore, che rappresenta l’Unione Europea. “Siamo ben coscienti – ha risposto Dumont – delle difficoltà che incontrano le Ong e tutti quelli che lavorano qui per lo sviluppo di questo Paese. E una situazione molto difficile, in cui le imprese hanno il ruolo delle vittime. E’ una cultura che deve cambiare, tenendo conto che una gran parte della popolazione è senza lavoro e che i salari dei dipendenti statali sono molto bassi. Ecco perché occorre aumentare i salari dei funzionari, per evitare la corruzione”.

La scommessa di COOPI.
 Fino al 2000, Coopi aveva concentrato i suoi obiettivi nella regione del Kivu, nella parte orientale del Paese. Da allora in poi l’Ong ha volto lo sguardo anche in altre zone interessate dal conflitto, con programmi di intervento d’emergenza per le vittime della guerra, con progetti finanziati rivolti alla protezione dei bambini e all’appoggio psicologico delle persone vittime di violenze sessuali. Ma è qui a Kinshasa che sembra aver concentrato una buona parte delle sue energie, con un progetto di sviluppo, dunque non più legato all’emergenza della guerra, se possibile più difficile e complesso. Del resto, i cooperanti lo sanno bene: portare tende e medicinali a gente colpita da un conflitto armato è rischioso, faticoso, impegnativo, mediaticamente appagante. Ma incidere pazientemente sulle dinamiche economiche, politiche e culturali di un paese come la Repubblica Democratica del Congo, forse non ci si crederà, ma è cosa molto più difficile. Tuttavia, non impossibile.